Questa storia mi ha incuriosito per un motivo diverso dalla singola offesa.
Sul fatto che certe frasi siano discriminatorie e meritino una moderazione non ho molti dubbi. Ma, tolto l’insulto, rimane una domanda più scomoda.
Che cosa succede quando una misura pensata per compensare uno svantaggio viene percepita dagli altri come un vantaggio?
Università e ricerca sono ambienti estremamente competitivi. Carriere precarie, pochi posti, valutazioni continue. In un contesto simile è possibile che accomodamenti e misure compensative destinati alle persone con disabilità vengano vissuti da qualcuno come una forma di concorrenza “asimmetrica”.
Non significa che questa percezione sia corretta. Una misura compensativa dovrebbe servire proprio a riportare persone con condizioni diverse verso una possibilità comparabile di partecipazione, non a regalare un risultato.
Ma dire semplicemente “questa opinione è abilista, quindi fuori” risolve il problema della moderazione e lascia intatto quello sociale.
La discussione seria, secondo me, dovrebbe essere un’altra: le misure sono proporzionate? Sono trasparenti? Mantengono gli stessi obiettivi formativi? E siamo capaci di spiegare perché esistono anche a chi non ne beneficia?
Qui entra anche la libertà di parola. Bisogna poter criticare una politica di inclusione senza trasformare quella critica in un attacco alle persone che ne usufruiscono.
È un confine difficile, ma proprio per questo vale la pena discuterne.
#Università #Disabilità #Inclusione #LibertàDiParola @macfranc@poliversity.it
RE: poliversity.it/users/…